Caduta dei valori: analisi dell’invecchiamento come fenomeno culturale

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Eternamente giovanili analisi dell’ invecchiamento come fenomeno culturale

 

La vecchiaia rappresenta la fase della vita dell’uomo che più di tutte viene posta in connessione con con il concetto di finitudine e con quello di decadenza sia fisica che mentale. Tuttavia in questo momento storico l’invecchiamento sta assumendo una rilevanza mai avuta prima per quel che concerne l’aspetto estetico.

Gli ambiti della medicina estetica e dell’estetica applicata alla cosmesi offrono uno scenario imbarazzante, è infatti sempre maggiore la ricerca a volte quasi spasmodica di tecniche esasperate di ringiovanimento, attraverso le quali poter mostrare connotati diversi da quelli propri e poter fingere un’età più giovane rispetto a quella reale; senza contare l’ossessiva attenzione per un prototipo di bellezza che nulla ha a che vedere con la naturale conformazione e morfologia mediterranea.

La questione assume un aspetto molto interessante se si prova ad analizzarla nelle sue dinamiche sociali e culturali, responsabili in primis di aver condizionato il pensiero comune portandolo verso una concezione piuttosto negativa del fenomeno invecchiamento.

Le cause di un così forte disagio possono essere ricercate a partire dai modelli e dalla suggestione inflitti all’uomo dalla società di appartenenza, per la quale l’eterna giovinezza ha ormai assunto il valore che un tempo spettava alla maturità. La dipendenza da modelli perversamente inoculati attraverso social network e tecnologia stimola oggigiorno, anche nelle persone più giovani, il desiderio di arginare ancor prima del tempo il disagio non ancora sopraggiunto; bisogno quindi che arriva non tanto per reale condizione biologica sfavorevole legata al decadimento, quanto invece per marcato condizionamento culturale. Siamo di fronte ad un gran paradosso: affrettarsi a ringiovanire ciò che ancora non è invecchiato, un bisogno questo marcatamente indotto e pericolosamente deviante. Capiamo cosa sia successo.

L’invecchiamento aveva un alto valore presso gli antichi

Nella filosofia antica troviamo testimonianze di una Grecia, divenuta modello per le generazioni a venire, in cui la vecchiaia è definita come il momento più alto e più importante per l’uomo. Il vecchio rappresenta infatti il saggio, dal quale apprendere e a cui portare educazione, che come il capo famiglia, il giudice ed il medico ha acquisito quella particolare abilità pratica, la ????????, che attiene all’esperto e a lui soltanto, e che consiste nella capacità di saper decidere nel momento opportuno la cosa giusta da fare. I cambiamenti politici, culturali unitamente alla moda e alle dinamiche sociali hanno contribuito, di fatto, al ripensamento e alla ridefinizione di questo modello, ribaltandone completamente il valore. Il repentino sovvertimento dei valori legati alle età dell’uomo ha condotto ad un affievolimento dell’immagine positiva di lungo cammino verso la saggezza che era stata la maturità nel passato, e che aveva permeato il modello culturale dei popoli per generazioni, iniziando a ripercorrere a ritroso la concezione inversa di finitudine e fallimento e acquisendo così il valore negativo che rappresenta oggi nel pensiero comune.

Il XX secolo. L’età della crisi

Sono state molte le speculazioni in merito alla vecchiaia fatte da filosofi, scrittori e psicologi e molteplici evidenze letterarie sono la testimonianza dell’immenso interesse al riguardo posto dall’uomo; perfino Darwin nel suo testo più celebre si interroga a lungo sull’utilità della vecchiaia e sul suo senso. Ma è solo nel XX secolo che essa diviene una fase della vita dell’uomo connotata da uno status negativo e designata dall’appellativo di “terza età”. Questo avviene quando il panorama politico-culturale delle varie nazioni industrializzate cambia; si assiste ad uno svilimento dei grandi impianti teorici, basati sull’idea di famiglia, di religione e decadono a poco a poco i fondamenti etici su cui le persone avevano costruito la loro identità. E’ proprio in questo momento storico che l’etica della vecchiaia, e l’elemento valoriale ad essa legato, cedono sotto la spinta della concezione sociale del tempo, rappresentata dal giudizio che la società ha dell’uomo, della sua età, e che sarà determinante nel connotare la vecchiaia come la fine della strada, come l’arrivo al capolinea senza ripartenza, e in buona sostanza come il termine ultimo di tutte le opportunità. L’effimera sensazione di livellamento a cui giovani e meno giovani saranno poi sottoposti decreterà quindi la giovinezza unica età degna di attenzione e valore per antonomasia.

La caduta dei modelli

Se infatti un tempo invecchiando si diveniva modello, esempio e guida per le generazioni future, il livellamento forzatamente applicato alle diverse generazioni ha reso i figli identici ai genitori, sotto ogni punto di vista, annullando l’esigenza di un modello di vita a cui guardare e portando ad una sempre più marcata repulsione per l’andare avanti con l’età, momento caratterizzato oggi più per la preoccupazione che suscita che per la ricchezza di cui invece è ricolmo.

L’orizzonte culturale tecnologicamente avanzato ha scandito un nuovo modo di esistere, quello virtualmente inteso: siamo quel che gli altri pensano di noi, e, di fatto, esistiamo se abbiamo un profilo facebook (possibilmente organizzato con una foto che non dichiari espressamente la nostra età). Conseguenza: non ci sentiamo vecchi e inattuali se la società ci considera tali.

 

In questo modo viene a mancare la veridicità di un rapporto a tu per tu; viene a mancare l’esigenza di far bene; scompare l’utente finale a cui finalizzare lo sforzo di una vita ben spesa. Ciò che rimane è solo un eterno presente, che fa capo al presente statico della moda, che ha tirato il freno a mano della linea del tempo, e per il quale siamo degni di riconoscimento solo se abbiamo la possibilità di esistere perennemente uguali a noi stessi ed eternamente uguali ai nostri simili.

 

Tecniche di ringiovanimento. La via d’uscita dall’inattualità

Contraddire la moda e rifiutarsi di collaborare ad una simile abnegazione di sé può voler dire rimanere fuori dal sistema sociale, culturale ma soprattutto lavorativo, dove i requisiti minimi non sono più rappresentati dal curriculum di studi ma da un’apparenza sempre più giovanile, anche se molto spesso marcatamente svecchiata.

Gli interventi sul corpo riescono inoltre ad infondere sicurezza, a mascherare il disequilibrio interiore, a ridurre drasticamente l’età e non in ultimo a rendere una facciata meno riconoscibile e più impersonale, altrimenti palesemente matura e insoddisfatta. Bisogna ammettere che le tecniche antiaging riescono spesso ad annullare quasi completamente le distanze generazionali, a mistificare la comunicazione non verbale, riempiendo quel vuoto di inespressività emozionale attraverso una mimica facciale precostruita; rendendo alla persona un altro sé e offrendo a chi volesse la possibilità, altrimenti negata, di poter nascondere la vera identità.

Affrettarsi a ringiovanire costituisce oggi una delle modalità attraverso le quali riuscire a non arrivare impreparati all’appuntamento con l’altro e con il domani, poiché, mentre il futuro diviene il posticipato per eccellenza, l’identico sé consente di proiettarsi nell’eterno presente attrezzati di salvagente anti età.

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