Un anno fa a causa della pandemia da Sars-Covid-2 entravamo in lockdown. Proprio a Marzo del 2020 pubblicavo un articolo dal titolo L’emergenza COVID-19 continua. L’Italia dopo 10 giorni di lockdown. A distanza di un anno la pandemia continua a condizionare le nostre vite e mi trovo a scrivere di nuovo all’alba di un altro lockdown.

La pandemia e gli effetti sulla nostra sensibilità

Questa pandemia sta offrendo degli spunti di riflessione profondi in merito al nostro stato di esseri umani, ma facciamo tutti una gran fatica a cogliere l’importanza che la fragilità riveste nel nostro immaginario. Essa non riguarda solo questo momento critico, ma è qualcosa che ci appartiene in quanto esseri umani, il cui bisogno immenso di cura e accoglimento travalica ogni nostra capacità razionalizzante. La pandemia sta creando sgomento non solo per il lungo periodo intercorso da quando è iniziata, ma anche perché ci ha messi a contatto con le questioni ultime della vita, ovvero con i temi che sollevano dubbi importanti a cui non sempre è facile dare una risposta.

Si tratta dei grandi interrogativi che riguardano l’uomo – come quello della libertà, dell’etica e del senso della vita – che toccano corde profonde del sentire e che possono creare un grande senso di precarietà. L’angoscia è uno stato d’animo che spesso deriva dal sentirsi spaesati. Eventi critici come la pandemia mettono sicuramente in crisi la nostra capacità di far fronte all’inaspettato e possono creare uno stato di tensione non sempre semplice da eliminare.

L’angoscia viene paragonata spesso alla paura, di fatto si tratta invece di qualcosa di diverso che non ha un oggetto a cui rivolgersi e che, proprio per questo, può creare una sensazione interiore di desolazione e spaesamento. Per gestire l’angoscia a volte non basta la logica, né tanto meno delle soluzioni precostituite, ma è necessario darle accoglienza e ascolto. Il filosofo Ludwig Wittgenstein nel Tractatus scrive «noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati» e lo dice proprio in riferimento al senso e ai significati che la vita esprime in termini etici e valoriali.

Ascoltare gli abissi dell’animo e accogliere la parte più fragile di noi stessi è essenziale quando le soluzioni non bastano più e quando le situazioni ci costringono a convivere con la difficoltà. Quando dico che bisogna dar voce all’angoscia intendo che abbiamo bisogno di aprirci a panorami di riflessione che possano aiutarci a considerare gli effetti di questa difficile vicenda come elementi che hanno comunque un loro valore e di cui possiamo in ogni caso far tesoro.

Seguendo lo psichiatra Eugenio Borgna, mi sento di affermare che l’angoscia non può essere soppressa, né tantomeno si può pensare di metterla a tacere con provvedimenti che ci allontanino dal concetto di fragilità che ci delinea nella nostra specificità di esseri umani. L’angoscia rappresenta un colore, quel colore che definisce la nostra umanità, che ci rende come siamo e che ci accompagna da sempre nel nostro incerto cammino, ma non sempre la riconosciamo perché non ci viene insegnato ad accoglierla.

L’invito che possiamo trarre da questo momento critico è proprio quello di ricominciare ad occuparci della nostra umanità e della nostra fragilità, partendo proprio dalla fatica del vivere che ci costituisce come esistenti e provando a dare nutrimento al nostro bisogno di speranza e non rassegnazione.

 Senza la speranza è difficile trovare l’insperato

Il linguaggio dell’animo è un linguaggio di tipo simbolico, come quello che utilizzano i poeti, gli artisti e i pensatori. E’ un linguaggio che proviene dalle emozioni, che sa dar voce alla perdita e che riesce a far spazio alla volontà di rassegnazione, ma è anche quello che sostiene la capacità di resilienza e speranza. Le emozioni non si muovono su logiche di sistematizzazione o di matematica applicata alla vita, ma emergono dal profondo del nostro sentire ed hanno bisogno di nutrimento affinché possa crescere la  capacità personale di immaginare l’insperato.

Quando parliamo di emozioni parliamo di qualcosa di dinamico che, come la vita, sfugge al rigore del pensiero siatematizzante. L’accadimento vitale è fluido, non si fa incasellare, ed ha bisogno di nuovi spazi di espressione per emergere come evento significativo. L’arte, la musica, la letteratura e la poesia rappresentano elementi di elezione per far parlare la vita.

Con l’evento artistico o letterario prende forma il desiderio, si concretizza il sentire personale e può parlare l’incerto, acquisendo un valore all’interno della nostra visione del mondo. Questi spazi di speranza, che sono rappresentati appunto dalle varie forme espressive con cui l’uomo può comunicare, rivestono un’importanza enorme, perché sono appunto i luoghi virtuali in cui la coscienza rivive, in cui ogni cosa trova il suo posto e dove anche il dolore può prendere una forma più tollerabile.

In un suo frammento Eraclito dice che «senza la speranza è difficile trovare l’insperato». Nei suoi frammenti il filosofo di Samo esprime una saggezza molto complessa che tocca delle note che arrivano nel profondo. Questa sua frase mostra appunto come l’antica sapienza non offra soluzioni, ma strumenti per pensare, per capire, per trovare parole nuove alle nuove manifestazioni che ci colgono di sorpresa, come questo nuovo mondo con cui fatichiamo a familiarizzare.

In questo momento applicare la saggezza che arriva dalla filosofia ed osservare questo tempo attraverso le lenti di una sapienza che arriva da lontano può essere davvero vivificante; può aiutarci a ripensare le nostre categorie, a ridefinire i bisogni, ad ampliare le nostre prospettive e può essere importante non solo per affrontare la criticità di questo periodo, ma anche e soprattutto per ridare voce alla parte più fragile di noi, così dimenticata in questo secolo della tecnica e così bisognosa di esprimersi con il suo linguaggio che è quello della metafora, della poetica e dell’arte.

Le scienze umanistiche, una fonte inesauribile di valore con cui affrontare l’inaspettato

Il filosofo Hans Gadamer in Verità e Metodo fornisce un’accurata analisi del perché le scienze umanistiche siano le più adatte a rispondere alle domande che chiamano in causa la vita. Queste scienze, afferma Gadamer, così poco considerate nell’epoca della tecnica, sono in grado di offrirci un orizzonte di senso con il quale rileggere ciò che accade alla luce di una più ampia comprensione.

Un’epidemia può essere descritta attraverso un report di dati e di avvenimenti, ma può essere considerata anche a partire dal significato che quei dati hanno cominciato a rappresentare per il pensiero comune. Le scienze umanistiche hanno il pregio di poter articolare un discorso che contempli il significato che la pandemia riveste per noi e di restituire così un senso anche al disagio che stiamo vivendo, cosa che le scienze dure non possono fare perché non è questo il loro ruolo.

La pandemia COVID-19, come ogni altra catastrofe già occorsa, ci mostra inoltre quanto sia importante osservare l’insegnamento che l’evento critico porta con sé. Questi accadimenti rappresentano un invito per l’uomo, che è quello di tornare alle cose stesse per considerarle nel loro aspetto più vero. La necessità a cui siamo chiamati e per la quale ci troviamo fortemente impreparati è proprio quella di ricalibrare le nostre esigenze e di provvedere a ricostruire un orizzonte di senso che possa permetterci di affrontare l’inaspettato, senza soccombervi; che possa consentirci di dare una forma espressiva a tutto questa sofferenza in modo tale da poterla guardare con occhi nuovi, come facciamo oggi con la La Notte Stellata, il quadro di Van Gogh dipinto in un ospedale psichiatrico a cui il pittore decise di donare la luce affinché chi lo vedesse vi scorgesse un accenno di sorriso.

Tutti noi abbiamo una storia, quella individuale e quella delle diverse civiltà, spesso raccontate dai versi dei poeti e dalle narrazioni personali di artisti, filosofi e inventori. Non dimentichiamo di accoglierle come fonte preziosa di cura e insegnamento. La loro eco è eterna e può indicarci la via giusta da seguire per ritornare ad ascoltare le nostre emozioni e prenderci cura dei nostri bisogni.

Il rispetto delle norme di sicurezza, il senso del noi e l’abitudine alla disattenzione

Sappiamo da tempo quanto il rispetto delle norme di sicurezza sia essenziale per traghettarci fuori dall’incubo della pandemia. Alcune norme di sicurezza ormai ci accompagnano da un anno: sappiamo che dobbiamo indossare la mascherina, avere un’accurata igiene personale e degli ambienti, evitare le uscite superflue e provare a fare un’economia delle azioni, in modo tale da contenere i contagi.

Che tutto serva a tutelare noi stessi e gli altri lo abbiamo capito, ma molti fanno davvero fatica a metterlo in atto, probabilmente a causa di un bisogno di libertà, ma forse molto di più per il bisogno di mantenere stabile una certa abitudine alla disattenzione, qualità negativa che accompagna l’uomo contemporaneo da prima della pandemia. Il filosofo Jean Paul Sartre nella sua filosofia esistenzialista parla del significato della scelta e della responsabilità che questa comporta, ma non come elemento morale o valoriale, ma come qualcosa che connota l’umano in quanto essere senziente e impossibilitato a non scegliere.

Ogni nostra azione o decisione, osserva Sartre, produce un modello per altri uomini e definisce anche l’andamento delle società. Ogni volta che compiamo una scelta, qualsiasi essa sia, dobbiamo sapere che questa avrà un effetto su tutti gli altri e che il nostro contributo avrà un ruolo nel prosieguo del cammino di altri uomini.

La filosofia e l’atterrita meraviglia

La filosofia è la vertigine che fa il pensiero sopra l’abisso.

La filosofia ha sempre rappresentato un’opportunità per l’uomo e cioè la possibilità di stare di fronte allo sgomento e all’atterrita meraviglia senza provare sopraffazione e inettitudine. Così poco praticata nel nostro tempo e così tanto bistrattata in molto ambienti di lavoro, la filosofia può rappresentare invece il punto di partenza per ognuno di noi ma anche per chi è chiamato a prendere delle decisioni in questo momento difficile. Le leggi sono senz’altro importanti, come anche l’impegno affinché tutto funzioni come dovrebbe, ma tutta questa efficienza tecnica non basta se non risponde ai bisogni profondi delle persone e se non tiene conto di ciò che prova la gente.

Forse se si prendesse in considerazione cosa vivono gli individui nella loro attività che è cambiata, nella loro socialità colpita e nella loro stabilità minata; se si aiutassero le persone a ritrovare una forma di esistenza possibile anche in questo trambusto, forse si riuscirebbe a rispondere a questo vuoto di senso che ci accompagna tutti da circa un anno.

Se cominciassimo tutti a rivedere le cose sotto un altro profilo, che è quello dei nostri bisogni non solo materiali, se si parlasse di più della solitudine, dell’assenza e della precarietà e della necessità di espressione che l’uomo ha come essere finito in cerca di un senso, forse questo darebbe espressione all’ineluttabilità della vita.

Platone per la preparazione di un buon governante aveva inserito nel suo Ginnasio, come materie propedeutiche, lo studio della ginnastica e della musica. Nell’antichità si faceva molta attenzione alla cura del corpo, ancora prima che alla didattica. Gli antichi avevano capito che per poter allenare la mente bisognava prima educare il corpo ed occuparsi delle emozioni. Il politico del tempo doveva essere innanzitutto un buon filosofo e questo significava riuscire a controllare gli impulsi e saper applicare le virtù. I filosofi ellenisti in un momento difficile della nostra storia proposero un modello di virtù che fortificasse l’animo e che lo rendesse pronto ad accogliere le difficoltà senza soccombervi. Oggi come allora ricominciare dai valori e ampliare la capacità di gestione delle emozioni diviene un’attività fondamentale per lavorare sugli aspetti dolorosi che questa pandemia sta causando.

Se proviamo a riflettere su questo momento critico e sulle difficoltà che stiamo affrontando nel quotidiano ci accorgiamo che un monito che arriva da tutto questo è proprio l’invito a cambiare i nostri schemi di pensiero, a partire dal modo di tenerci da conto fino ad arrivare al bisogno di abbandonare la schiavitù di una abitudine scorretta e malsana che non tiene più conto del nostro benessere e dei nostri ritmi, ma a cui siamo legati irrimediabilmente già da prima della pandemia.

Come generazione di uomini tecnologici, sempre di corsa, siamo molto lontani dall’ideale greco della beatitudine. Questa pandemia ci ha costretti a fare i conti con la nostra natura, con le esigenze più profonde e con il bisogno di cura della parte più profonda di noi stessi, che è anche quella più ricca e che trae nutrimento dalla pratica delle virtù. L’umanità è proprio ciò che ci rende come siano: esseri in cammino, bisognosi di luce e accoglimento.

Sicuramente non è facile iniziare a prendersi cura della nostra umanità, ma un modo può essere quello di guardare ai modelli che ci vengono offerti in dono dal passato, provando a nostra volta, per quel che possiamo, ad essere una guida per altri uomini, eliminando il giudizio e la condanna, accogliendo così senza giudizio e senza condanna anche quella parte di noi stessi che soffre, che sbaglia e che risuona con l’altro e con le tragedie dell’umano sentire che abitano in ognuno di noi.

Riuscire ad immaginare il Sisifo felice è un augurio che faccio a tutti noi

Ormai è un anno che segno con qualche mio scritto gli eventi occorsi dal primo lockdown; nel mio primo articolo parlai di filosofia della speranza e dell’attesa, a distanza di un anno mi trovo a mettere su carta altre impressioni, che questa volta chiamano in causa non solo la necessità di affrontare questa sensazione di sentirsi in un tunnel, ma anche quella di provare ad immaginare la luce nel buio più nero. Albert Camus ne Il mito di Sisifo invita a pensare ad un Sisifo felice anche se è condannato a spingere un sasso su un monte per l’eternità. Riuscire ad immaginare Sisifo felice vuol dire riuscire ad accettare in pieno l’esistenza con quello che ha da offrire, senza eliminare nulla, approfittando di quello che arriva per creare nuove modalità di esistenza consapevole.

E se anche la pandemia non dovesse finire nell’immediato, vorrà dire che nel frattempo ognuno di noi avrà imparato ad accudire la propria anima e avrà provato di persona che la felicità non deve attendere la fine di un evento per fiorire libera.

Dott.ssa Loredana Di Adamo Filosofo
Autore

Dott. re in Psicologia Clinica e della Riabilitazione. Master Universitario in Estetica medica e medicina del benessere. Progettista e consulente per l’autismo lieve, la sindrome di Asperger e la neurodiversità. Scrittrice e copywriter. Per consulenze riceve nello studio CuoreMenteLab di Roma e ha attivo anche un servizio in modalità telematica. Email: loredana.diadamo@cuorementelab.it