L’osservazione partecipe nella musicoterapia

L’osservazione partecipe nella musicoterapia A Cura del Prof. Angelo Molino

Vorrei iniziare a trattare tale argomento definendo in modo più preciso cos’è l’osservazione partecipe. Con tale nome si intende l’osservazione fatta nell’ambito del setting stesso dove ci sono già un paziente o un gruppo di pazienti ,un conduttore e,talora,un co-conduttore; tale assetto permette all’osservatore di entrare in relazione con il/i paziente/i e con i conduttori.

Diversa è certamente la situazione quando si pratica una osservazione, ad esempio, dietro lo specchio così che il/i paziente/i non sa/nno che c’è un osservatore;in conseguenza non si creerà alcuna relazione.

Il coinvolgimento relazionale da parte di chi osserva influenza in vari modi il setting ; se da una parte favorisce positivamente la comprensione empatica degli stati mentali dell’altro/altri, dall’altra induce(in conseguenza della inevitabile identificazione con quello/quelli) la comparsa di fantasie che possono migliorare la qualità dell’osservazione nella misura in cui sono equiparabili a libere associazioni ma che possono anche assumere il valore di “oggetti” interni propri o “oggetti” interni dell’altro/altri non di valore prevalente dal punto di vista osservativo, pregni di valenze emotive, e in tal modo proiettati nel contesto relazionale precedentemente costruito in tal modo falsato.

Da quanto detto discende automaticamente la considerazione che l’osservazione non consiste in un elenco asettico di elementi ma neanche in un contenitore di proiezioni favorite dall’immancabile coinvolgimento emotivo. Ecco che possiamo dire anche che l’oggetto da osservare è “l’occulto”, il non visto, quello che non viene focalizzato per primo dalla nostra attenzione perché rappresenta il conflitto insito nella relazione che coinvolge tutti i partecipanti al setting compreso l’osservatore.

Martha Harris, pioniera dell’osservazione soprattutto della relazione madre-bambino, sostiene la necessità che nell’0sservare l’attenzione sia “fluttuante” nel senso di libera ma non casuale; deve poter favorire quelle libere associazioni che saranno via via elaborate man mano che il processo a cui si assiste cambia. L’osservatore deve riuscire a mettersi di fronte all’oggetto osservato con quella che si può definire la”GIUSTA DISTANZA”; egli deve quindi riuscire ad empatizzare con l’oggetto senza proiettare su quello, deve tenere una attenzione puntuale ma libera, così da poter sentire dentro di sé controtransferalmente qual è l’elemento occulto da osservare ed elaborare. Deve anche, per dirla con Wilfred Bion, osservare senza”memoria né desiderio” ossia deve avere la fiducia che il filo conduttore che lega tra loro le diverse sedute si disvelerà spontaneamente evitando di ricordare di volta in volta cos’è successo nelle sedute precedenti e senza avere aspettative. Tale cornice mentale permetterà all’osservatore di ascoltare cosa succede dentro di lui, cosa gli sta trasmettendo l’oggetto osservato e di elaborare in un secondo momento tali sensazioni controtransferali traducendole anche in parole da riferire al supervisore, riuscendo così a costruire il processo curativo. Ricordiamo sempre che il processo è dinamico e per questo intercambiabile,la costruzione del processo è quindi sempre soggetta a rifacimento seduta per seduta e l’osservatore deve essere pronto ad affrontare il suddetto rifacimento. Vorrei spendere due parole per accennare ai concetti di transfert e controtransfert che saranno in seguito più ampiamente trattati:

TRANSFERT: comprende tutte le fantasie, i ricordi, le emozioni riguardanti persone molto significative della propria vita che vengono trasferiti dal curato sul curante.

CONTROTRANSFERT: comprende le emozioni,sensazioni ,immagini che il curante avverte su di sé in seguito alle proiezioni transferali del curato. Esso passa sempre per l’identificazione empatica con il curato, identificazione che però necessita di essere spogliata della proiezione degli oggetti interni del curante sul curato e dell’alleanza con gli oggetti interni del curato. Diversamente si creerebbe una pericolosa confusione tra ciò che è del curante e ciò che appartiene al curato con il conseguente rischio di confezionare interventi utili al primo e non, come dovrebbe essere, al secondo.

Nel corso dell’osservazione può succedere che inizialmente tutto sembri filare liscio ma questa potrebbe essere una “trappola” giocata dall’inconscio. Ricordiamo che l’osservatore non riesce a disvelare l’occulto, il non visto, se la conoscenza di se stesso, dei propri nodi irrisolti, rimane parziale tanto da permettergli di allearsi con quelle parti del curato che vedono un certo conflitto perché lo conoscono e sono in grado di sopportarne l’irruenza emotiva e come tale lo usano per nasconderne un altro o altri che fanno ancora difficoltà a sopportare emotivamente e quindi a “vedere”. Se l’osservatore è su questa stessa lunghezza d’onda vedrà solo ciò che il curato vede e lascia vedere, si paralizzerà mentalmente e non riuscirà a lasciar andare la propria mente a quelle libere associazioni che costituiscono una base di partenza su cui via via, mattone su mattone, costruire il processo terapeutico. E’ indispensabile, per poter osservare “l’oggetto occulto” porsi nella condizione interiore di un “terzo che osserva sull’osservazione”, come una sorta di sdoppiamento di sé in una parte che osserva e un’altra parte che osserva l’osservatore in quanto tale situazione permette quasi di guardare dall’esterno ciò che sta succedendo. Tale funzione è sovrapponibile a quella svolta da un supervisore o da un gruppo di lavoro-formazione supervisionante che può accorgersi, ascoltando e lavorando il controtransfert dell’osservatore, dei nodi non risolti in lui che si vanno a interfacciare con quelli dell’oggetto osservato. Il lavoro di supervisione è indubbiamente consigliabile e consigliato dalla stessa Martha Harris oltre che da Ester Bick, pioniere dell’osservazione

Talvolta, quando il lavoro della osservazione procede apparentemente senza intoppi, può intervenire un accadimento, un ostacolo, un passaggio all’atto, che rompe l’indugio e fa emergere violentemente il problema di andare a focalizzare l’oggetto occulto. Tale fenomeno viene chiamato “INCIDENTE”. Dice Carlo Brutti che “ per incidente deve intendersi ogni tentativo, sia pur minimo, teso a modificare lo schema standardizzato di risposta ai bisogni del curato”. L’osservatore che ha seguito una buon training formativo nell’osservazione partecipe non ricerca l’incidente ad ogni costo ma libera spontaneamente la propria attenzione diventando così capace di captare quei micro-eventi,generalmente destinati a non essere visti ma presenti. L’incidente riconosciuto può essere utilizzato come momento dinamico e trasformatore; talvolta si impone alla’attenzione potentemente obbligano a svelare l’occulto, talaltra deve essere colto e riconosciuto, operazione possibile solo se l’osservatore è attento ma pronto ad accettare in un primo tempo di non capire, ad aspettare che pian piano si faccia strada dentro di lui la visione di esso.

Vorrei ricordare che quando osserviamo , riusciamo sempre a cogliere di volta in volta un aspetto parziale della realtà che naturalmente è dinamica e quindi poliedrica. Ancora nel momento in cui riusciamo a mettere in evidenza, con l’aiuto dell’incidente o meno, l’oggetto occulto possiamo prendere consapevolezza di quale è stato “IL TRAVISAMENTO”, quella parte della realtà che abbiamo osservato a prima vista, che nascondeva l’altra piena di nodi problematici e che prima non riuscivamo a vedere perché probabilmente si andava ad interfacciare con alcuni nostri nodi problematici.

Tutto quanto detto finora è utile ad un musicoterapista e/o ad un arteterapista per imparare a osservare in un setting alcuni elementi dinamici che prescindono dall’essere necessariamente psicoterapeuti ma che richiedono come premessa un lavoro su stessi atto soprattutto a non confondere ciò che appartiene a sé con tutto quello che appartiene all’altro.

E’ però necessario a questo punto sottolineare che quando si osserva un setting arteterapeutico in generale bisogna osservare alcuni elementi specifici dell’arte presa in considerazione. Al momento attuale per quel che riguarda il setting di musicoterapica è stata elaborata una scheda osservativa che nella sua parte specifica prende in considerazione la rilevazione di elementi sonori come l’intensità, il ritmo, la melodia, l’uso del tempo e ancora gli strumenti musicali usati e il modo in cui sono usati, il corpo in movimento o meno, le funzioni cognitive e l’affettività. La scheda osservativa riassume i punti più importanti da valutare e verificare nel tempo, sia della singola seduta che del processo terapeutico in toto. Ciononostante dobbiamo ricordare che la tipologia dei nostri utenti è molto varia, che per ognuna di esse può essere necessario elaborare una scheda osservativi particolareggiata che comprenda alcuni items specifici per quella tipologia di utenti. Ancora non dobbiamo mai dimenticare che ogni individuo è speciale nella propria individualità e che pertanto potremmo aver bisogno di scegliere degli items specifici , sempre in ottemperanza alle finalità e agli obiettivi che ci poniamo nell’intervento. Ad esempio se proponiamo un intervento musicoterapico per un gruppo o per un individuo affetti/o da insufficienza mentale nella scheda osservativa dovremo scegliere (per una valutazione e verifica dell’intervento nel tempo) items che tengano conto innanzitutto delle finalità e degli obiettivi che vogliamo perseguire ( recupero delle abilità cognitive o sociali o relazionali per esempio) e su tale base sceglieremo altri items dettagliati che permettano di valutare nel tempo della seduta e più ampiamente di tutto il processo di cura i cambiamenti avvenuti. Ad esempio se vogliamo valutare le funzioni cognitive gli items potrebbero essere di questo tipo:

1) Riesce a riconoscere il suono corrispondente ad uno strumento

  • Si
  • Dopo molti errori
  • No

2) Riesce a distinguere un suono alto da uno basso

  • Si
  • Dopo qualche incertezza
  • Dopo molte incertezze
  • No

3) Riesce a riprodurre il movimento di una parte del proprio corpo o di tutto

il corpo con il suono di uno strumento musicale

  • Si
  • Usa uno strumento che si avvicina poco alla consegna
  • Usa uno strumento che si avvicina abbastanza alla consegna
  • No

Quelli che ho fatto sono dei piccoli esempi che spero siano serviti ad evidenziare quale potrebbe essere la procedura da seguire.

A questo punto vorrei proporre un possibile campo di ricerca e approfondimento relativamente alla scheda osservativi in musicoterapica e/o eventualmente nelle artiterapie in genere. E’ logica deduzione che nel caso dell’arteterapia plastico-pittorica, della danzaterapia e della teatroterapia la parte specialistica della scheda di osservazione si avvarrà dell’uso di parametri che saranno valutati singolarmente nella singola arte. Per quel che riguarda la musicoterapia siamo abituati a fare delle rilevazioni riguardanti le produzioni sonore che usano come metro quello del linguaggio musicale convenzionale ma suggerisco di approfondire con puntualità il problema riguardante la specificità del linguaggio musicoterapico che prescinde dalla notazione musicale e dalle strutture musicali così come sono state coniate per convenzione. Nulla ci vieta di usare tale linguaggio convenzionale quando ci si scambia delle opinioni e ci si confronta tra musicoterapisti o quando si riferisce quanto è accaduto in seduta al supervisore; è facile però imbattersi in serie difficoltà quando si stila un protocollo osservativo, nella sua parte specifica musicoterapica, di una seduta con un paziente gravissimo, molto regredito le cui produzioni sonore hanno maggiormente a che fare con suoni corporei oppure con gesti e/o movimenti più complessi. In questi casi è molto difficile poter decodificare e ricodificare un ritmo, un intervallo o altro: Mi piace prendere spunto da Nattiez quando dice, ricordandoci che la musica è prima di tutto movimento nello spazio che genera suono perché a contatto con un particolare tipo di materia, che invece di parlare di ritmo potremmo osservare un certo numero di movimenti e suoni ripetuti nel tempo, misurare la durata del silenzio tra un movimento-suono e un altro, contare il numero di volte in cui un movimento-suono si è ripetuto nell’unità di tempo; invece di parlare di melodia potremmo evidenziare come si sposta e si estende il movimento- suono nello spazio e così via. Si potrebbe lavorare per definire dei codici specifici che servano cioè a coniare un linguaggio musicoterapico per poter poi forgiare una scheda di osservazione musicoterapica atta a valutare anche quelli che possono a prima vista sembrare dei cambiamenti impercettibili.

 

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