Deroghe sull elemento cancerogeno arsenico nell’ acqua potabile.

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Sulla Gazzetta Ufficiale le ennesime deroghe sulle caratteristiche di qualità dell’acqua potabile. Riguardano soprattutto la presenza di arsenico e interessano numerosi comuni del Lazio, Toscana e Lombardia. livello massimo 20 microgrammi di arsenico per litro contro i 10 previsti.

 

Il ministero della Salute autorizza a deroghe in merito al contenuto di arsenico nell’acqua: livello massimo 20 microgrammi per litro contro i 10 previsti.

Il decreto, pubblicato nella GU del 1° luglio, è dell’11 maggio 2011.
L’acqua “in deroga”, però, non deve essere utilizzata per il consumo potabile dei neonati e dei bambini fino a 3 anni e non può essere usata dalle imprese alimentari che devono attenersi al limite della concentrazione di arsenico non superiore a 10 mcg per litro. Lo ha stabilito la Commissione europea, lo ha ribadito il ministero della Salute e confermato la Regione Lazio.

Secondo il documento, “L’acqua contenente concentrazioni di arsenico superiori a quelle stabilite dalla legge non deve essere utilizzata per il consumo potabile dei neonati e dei bambini fino all’età di 3 anni . È rimessa all’Autorità regionale la verifica che le industrie alimentari, nel territorio interessato dal provvedimento di deroga, attuino i necessari provvedimenti, anche nell’ambito del piano di autocontrollo affinché l’acqua introdotta come componente nei prodotti finali non presenti concentrazioni dei parametri in deroga superiori ai limiti stabiliti dal decreto legislativo 31 del 2 febbraio 2001”.

Ma c’è di più: “Le Regioni devono provvedere a informare la popolazione interessata relativamente alle elevate concentrazioni dei predetti valori nell’acqua erogata quale che ne sia l’utilizzo, compreso quello per la produzione, preparazione o trattamento degli alimenti”.

L’arsenico, spiega l’Isde in una nota, è classificato dall’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro (Iarc) come elemento cancerogeno certo di classe 1 e posto in diretta correlazione con molte patologie oncologiche, in particolare con il tumore del polmone, della vescica, del rene e della cute. L’assunzione cronica di arsenico, soprattutto attraverso acqua contaminata, è indicata inoltre quale responsabile di patologie cardiovascolari, neurologiche, diabete di tipo 2, e così via”.
Il problema è più grave del previsto se si pensa che solo nel Lazio sono oltre 5 mila le imprese alimentari a rischio. Senza contare i punti vendita: ristoranti, bar, pani?ci e pasticcerie. 

L’Associazione italiana medici per l’ambiente si appella alle istituzioni «perché si adoperino per il pieno rispetto delle vigenti disposizioni di legge e attuino, come già più volte indicato, interventi rapidi, concreti e risolutivi per la completa dearsenificazione delle acque a uso potabile e informino in modo corretto e d’uso tutti i cittadini residenti nei Comuni dove vige un provvedimento di deroga».

Al fine di garantire subito la sicura e completa salubrità delle acque, secondo l’Isde, le amministrazioni comunali, provinciali, regionali e le autorità e le società di gestione dei servizi idrici, “hanno il dovere di agire immediatamente utilizzando le migliori tecnologie disponibili, per l’acquisto e messa in opera delle quali possono e devono utilizzare anche fondi propri, avviando successivamente le procedure di recupero di quanto anticipato e speso a tutela della salute”.

In Italia ogni giorno oltre un milione di persone beve acqua con percentuali di arsenico oltre i limiti di legge.

Alle radici del problema ci sarebbe la composizione geologica del territorio, prevalentemente di natura vulcanica, ma anche il fattore umano: un prelievo eccessivo, superiore alla capacità di ricarica della falda, l’uso di pesticidi e fitofarmaci in agricoltura e la presenza di cementifici, centrali a carbone e impianti per l’incenerimento dei rifiuti che contribuirebbero a diffondere l’arsenico nell’aria, nei terreni e nelle acque. Da tempo i cittadini reclamano diritti e garanzie, ma un intervento deciso delle istituzioni continua a farsi attendere.
Sono passati ormai dieci anni da quando il nostro Paese ha recepito il decreto legislativo 31/2001 sulla qualità dell’acqua, ma dalle parole sembra essere passati ai fatti.
 
Luca Foltran
 

Fonte ilfattoalimentare.it

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